renzi
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Non ci voleva molto a capirlo. Le conseguenze dell’abolizione dell’articolo 18 e la creazione del Jobs Act, pensati a tavolino dal PD, propagandati da Renzi e dal nuovo PD genuflesso di fronte a qualsiasi decisione programmata in nome del liberismo Reaganiano, erano sotto gli occhi di tutti. L’obiettivo di Renzi era creare maggiore flessibilità per il mercato del lavoro, lasciando le imprese libere di ridimensionarsi. Il problema è che, una volta esaurita la spinta delle defiscalizzazioni, le assunzioni non  sono più in aumento, mentre lo sono i licenziamenti.
I licenziamenti sono in aumento del 31%. E’ quanto emerge dalle ricerche dell’Inps, che avallano i dati Istat sull’interruzione dei rapporti di lavoro “per giusta causa”, in due anni passati da 35.000 a 46.000. Nulla che non fosse anche prevedibile tra le conseguenze del Jobs Act, che ha facilitato la mobilità in uscita per le aziende, abolendo l’articolo 18.
Fino allo scorso anno, sempre sulla base delle novità introdotte dal Jobs Act, le aziende potevano beneficiare di uno sgravo fiscale pari a 24.000 euro in tre anni per i nuovi assunti. Da quest’anno, invece, lo sconto è di soli 3.250 euro l’anno. Così, nei primi 8 mesi del 2016, le assunzioni sono calate dell’8,5% e i contratti a tutela crescente sono stati appena 800.000, in calo rispetto agli 1,2 milioni dell’anno precedente.
Stando all’Inps, quindi, il calo è da considerare alla luce del dato del 2015, anno in cui le assunzioni sono aumentate di molto, proprio perché i datori di lavoro erano stati alleggeriti dai contributi previdenziali per ogni nuovo occupato. Finiti i benefici della riforma, tutto è tornato come prima, alla normalità di un’Italia sempre in affanno nel far decollare la propria economia interna.  Il tasso di disoccupazione resta stabile all’11,4%.

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