pubblica amministrazione
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Ancora una promessa mancata, purtroppo. Era il 2014 e ancora il Paese riponeva un po’ di fiducia nel nuovo premier Matteo Renzi e nei suoi proclami, enunciati con decisione ed arroganza a reti unificate. Proclami che lasciavano sperare che qualcosa sarebbe cambiato. In effetti le cose sono cambiate, in peggio (vedi ultimo dato sul Pil e debito pubblico).

Nonostante le faraoniche palle sparate dagli esponenti del PD quotidianamente nelle trasmissioni televisive di ogni genere, un nuovo elemento ci mostra come il Paese sia incollato nella sua crisi e non venga fatto un passo per eliminare sprechi  e velocizzare la burocrazia. Il PD che non si ricorda che, quando il Paese si trovò sul baratro del default alla fine dell’epoca Berlusconi, tutti attendevano misure nette, chiare e veloci sul fronte del taglio agli sprechi. Misure nette e chiare sono state prese in tempi record, invece, sulle questioni del diritto del lavoro (vedi articolo 18), alla faccia del sistema bicamerale ‘lento’ che ora bisogna cambiare con l’orribile ‘controriforma’ costituzionale proposta dal PD (Democratico?).
A bastonare il governo ci pensa la CGIA di Mestre che pubblica i dati sui ritardi dei pagamenti della Pubblica Amministrazione.
Il 13 marzo 2014 il premier Matteo Renzi promise in tv agli italiani che il 21 settembre, giorno del suo onomastico, avrebbe fatto un pellegrinaggio al santuario di Monte Senario se il suo Governo non avesse pagato i 75 miliardi di euro di debiti (fonte Bankitalia) che la Pubblica amministrazione aveva contratto fino al 2013. Non solo, si dichiarava in quel periodo, in modo altisonante, che l’Italia si sarebbe allineata agli altri Paesi europei nei tempi di pagamento.
Oggi la CGIA torna a denunciare il mancato pagamento dei debiti da parte della nostra Pubblica amministrazione (Pa).
“Anche se a nostro avviso il dato è sottodimensionato – segnala il coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA Paolo Zabeo – dall’ultima stima elaborata dalla Banca d’Italia emerge che i mancati pagamenti della Pa ammontano a 65 miliardi di euro: 34 a causa dei ritardi di pagamento e gli altri 31 sono di natura fisiologica. Ovvero, legati ai tempi di pagamento contrattuali che, secondo la Direttiva europea entrata in vigore nel 2013, non possono superare i 30-60 giorni dall’emissione della fattura”.
Ma il problema – secondo la CGIA – sta proprio in questo punto.
“Secondo Intrum Justitia, che monitora annualmente i ritardi di pagamento di tutte le Pa d’Europa, l’Italia rimane fanalino di coda nella graduatoria dei 27 paesi Ue – prosegue Zabeo – con un tempo medio di pagamento registrato quest’anno di 131 giorni. Un arco temporale più che doppio rispetto al limite fissato da Bruxelles. In altre parole, a differenza di quanto sostiene la Banca d’Italia, noi riteniamo che anche una buona parte di questi 31 miliardi di euro siano ascrivibili alla cattiva abitudine della nostra Pa di pagare con grave ritardo i propri fornitori”.

E a confermare le difficoltà in cui versano le imprese che lavorano per la nostra Pa va ricordato che la Commissione Ue non ha ancora “ritirato” la procedura d’infrazione avviata nel giugno del 2014 nei confronti dell’Italia a seguito della non corretta applicazione della direttiva Ue. La nostra Pubblica amministrazione, infatti, è stata accusata di saldare i conti con grave ritardo e non come previsto dalle regole Ue entro i 30-60 giorni dall’emissione della fattura.

Oltre a non pagare entro i tempi stabiliti dalla direttiva Ue, Bruxelles ci ha comminato questa infrazione anche perché molti enti utilizzavano dei contratti dove venivano applicate delle cifre dovute agli interessi significativamente inferiori al limite imposto dalla direttiva; cioè il tasso di riferimento Bce aumentato dell’8 per cento. In altri casi ancora, c’era il malcostume, spesso ricorrente ancora adesso, di posticipare i report d’avanzamento dei lavori e di conseguenza ritardare i pagamenti.
Anche se gli ultimi 3 esecutivi che si sono succeduti in questi ultimi anni abbiano messo a disposizione più di 56 miliardi di euro per abbassare lo stock, lo smaltimento dei debiti nel nostro Paese rimane ancora un problema irrisolto.

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“In Europa – segnala il segretario della CGIA Renato Mason – nessuna altra Pubblica amministrazione si comporta peggio della nostra. Sebbene negli ultimi anni le cose siano migliorate, il gap con i nostri principali partner economici rimane ancora molto elevato. In Francia, ad esempio, i fornitori vengono pagati mediamente dopo 58 giorni, nel Regno Unito dopo 30 e in Germania addirittura dopo 15 giorni. La media dei 27 paesi Ue, invece, è di 45 giorni”.

“Non vorremmo – conclude Zabeo – che per rinnovare il contratto dei dipendenti pubblici, per ritoccare le pensioni e per far quadrare i conti pubblici dopo la frenata del Pil si decidesse, tra le altre cose, di ritardare ulteriormente i pagamenti della Pa. Una prassi, quest’ultima, che fino a qualche anno fa ha consentito a molti esecutivi di recuperare ingenti somme di liquidità, gettando però sul lastrico moltissime imprese”.

La CGIA, comunque, ricorda che la cattiva abitudine di pagare in ritardo i propri fornitori non riguarda solo la Pa, ma anche i committenti nei rapporti commerciali tra le imprese private. Sempre secondo l’indagine condotta a livello europeo da Intrum Justitia, nel 2016, le imprese italiane saldano i propri subfornitori mediamente dopo 80 giorni (peggior risultato a livello europeo), anche se questo lasso di tempo è comunque al di sotto dei canonici 90 gironi. Nulla comunque a che vedere con quanto succede in Francia (48 giorni), nel Regno Unito (29 giorni) e in Germania (15 giorni). La media Ue, invece, è di 36 giorni: meno della metà che da noi.