Tutti guardano a Sud, ma c’è un’altra frontiera, quella ad Est, che ogni giorno viene valicata da decine di profughi. Solo nei primi quattro giorni di giugno si calcola che le persone entrate (quelle individuate) siano 120. Passano dal valico di Coccau e non solo. Ogni sentiero è buono per raggiungere il Friuli Venezia Giulia. Tanto che il Sindacato autonomo di polizia (Sap) chiede nuovamente al Governo di sospendere gli accordi di Schengen per ripristinare i controlli alle frontiere. Nel mese di maggio dal confine austriaco ne sono arrivati 571. Secondo i dati in possesso del Sap -riporta il Messaggero Veneto- tra gennaio e marzo in Austria ne sono stati fermati poco meno di 9 mila, mentre in Ungheria il totale – nello stesso periodo di tempo – supera le 40 mila unità. La Francia si è già attrezzata e non passa un’automobile che non sia controllata. Ogni clandestino viene rispedito in Italia. L’Austria ha appena chiuso ai profughi il Brennero in vista del G7. In Italia siamo lontani da provvedimenti simili. Secondo il Sup ‘l’Expo e, in seguito, il Giubileo sono due manifestazioni che ci autorizzerebbero a bloccare al confine chi tenta di entrare illegalmente in Italia’. L’Italia non avrebbe la forza per identificare tutti i clandestini che arrivano in Italia prima che raggiungano Udine e di conseguenza non possono nemmeno essere fatti i controlli sanitari con il rischio di contagio di quelle malattie, come la scabbia, che si portano dietro queste persone. Servirebbe secondo il Sup un centro stanziale a Tarvisio di prima identificazione. Qualche settimana fa la governatrice del Friuli Venezia Giulia Deborah Serracchiani, vicesegretario del Pd, aveva affermato che “il tetto è stato raggiunto”: la regione non può più accogliere nessuno. Il sindaco di UdineFurio Honsell (centrosinistra) chiede a gran voce che i richiedenti asilo vengano “fermati alla frontiera“. Il sindaco di Tarvisio Renato Carlantoni ha promosso una raccolta firme contro i profughi. A Gorizia il primo cittadinoEttore Romoli, lo scorso dicembre emise un’ordinanza anti bivacco per vietare a chi non aveva alloggio di dormire nei parchi, ha “risolto” il problema facendo trasferire circa 200 migranti in Lombardia e Abruzzo. In sostanza, il problema è fuori dalla capacità di gestione delle amministrazioni locali. Il Friuli Venezia Giulia conta 1,2 milioni di abitanti su un territorio di meno di 8mila chilometri quadrati ed ospita 2mila richiedenti asilo, in crescita di giorno in giorno.
Insomma sta diventando un caso la cosiddetta rotta balcanica: quella che parte dall’Afghanistan e dal Pakistan e attraversando Iran, Turchia, Macedonia, Bulgaria, Serbia, Ungheria e Austria conduce a Tarvisio. Attraversano la frontiera a piedi, nascosti nei camion o nei portabagagli delle auto dei ‘trasportatori’ o ‘passeur’. Destinazione finale la questura di Udine, per l’identificazione e la presentazione della domanda di asilo o di protezione umanitaria che verrà poi esaminata dallaCommissione territoriale per il riconoscimento dello status di rifugiato basata a Gorizia. Una delle 40 in Italia e l’unica del Triveneto fino a febbraio, quando sono state attivate quella di Verona e la sezione di Padova. Per l’esame della richiesta, che formalmente dovrebbe concludersi in 60 giorni, ci vogliono 6-8 mesi, ma chi riceve un diniego quasi sempre fa ricorso e ne attende l’esito, per cui i tempi si allungano facilmente fino a un anno e mezzo. Durante il quale la Penisola deve provvedere alla loro assistenza. I richiedenti asilo, privi di documenti, non possono lavorare. Se non gratis, per servizi di pubblica utilità, come già accade in alcuni Comuni. Sta ai prefetti trovare loro una sistemazione, facendo leva “in via prioritaria” (come stabilito dal capo del dipartimento Immigrazione Mario Morcone) suconvenzioni con i Comuni nell’ambito del Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar). Quello che, nei piani del ministero guidato da Angelino Alfano, dovrebbe salire da 20.744 a 40mila posti e diventare la modalità prioritaria di gestione dei profughi. Il racconto di un sindaco in prima linea aiuta a capire come funziona nella pratica.


 “Oggi i posti disponibili nell’ambito dello Sprar non bastano”, racconta esasperato Honsell, ex rettore dell’università di Udine, dal 2008 primo cittadino al Fatto Quotidiano. “Io devo gestire un flusso di arrivi ininterrotto, devo trovare un letto per quelli che via via si accampano nei giardini davanti alla questura. E’ da un anno e mezzo che lo segnalo al ministero. Nel frattempo ho aperto una tendopoli per un centinaio di persone dentro una caserma, chiedendo la collaborazione di Protezione civile e Croce rossa. Chi strumentalizza tutto questo è rivoltante, che cosa dovrei fare? Lasciarli sotto la pioggia? Il Viminale deve prendere in considerazione il problema: noi non possiamo farci carico anche di altre quote di richiedenti asilo arrivati via mare”. In attesa di una soluzione stabile, i profughi che rientrano nei tetti fissati dal sistema Sprar vivono in appartamenti, mentre i richiedenti asilo del Nord Africa (noti come “i Mare Nostrum“) e gli afghani e pakistani che rientrano nel progetto Aura (Accoglienza Udine Richiedenti Asilo, gestito insieme a Caritas, Centro Balducci e altre associazioni) sono accolti in strutture di ogni tipo, dalle canoniche agli alberghi.
In tutto questo fa eccezione Trieste, dove le associazioni che si occupano dell’accoglienza sistemano tutti i profughi inappartamenti presi in affitto da privati cittadini utilizzando i 35 euro al giorno messi a disposizione dal governo.