E’ chiamato il consigliere regionale fantasma e, secondo quanto riportato dal Corriere del Veneto, costerebbe ben 3.700 euro per ogni seduta. Si chiama Mauro Mainardi, di Forza Italia e sarebbe stato visto l’ultima volta a Palazzo Ferro Fini a luglio. Da allora non si è più presentato in aula. In totale, secondo i calcoli del Corriere, guadagnarebbe mezzo milione di euro lavorando 137 giorni (in cinque anni!). Viene da chiedersi se le riforme e la spending review debbano essere fatte dalla nostra classe dirigente, è difficile che abbiano buon esito se i parametri (rapporto ore lavorate/stipendio) sono di questo tipo. I sostanza si tratterebbe di un impegno medio di una volta ogni due settimane per cinque o sei ore al giorno. I colleghi consiglieri lo chiamano amichevolmente il ‘consigliere fantasma’. Ma ci si chiede come possano chiamarlo ‘amichevolmente’ così, quando dalla Regione partono quotidianamente comunicati sui tagli di Roma e sui servizi a rischio ai cittadini. Secondo le testimonianze raccolte dal Corriere sarebbe anche difficile reperirlo nel momento in cui il suo voto è necessario per provvedimenti delicati.
Segue poi una breve biografia del politico. Leggiamo:
E’ originario di Adria, in Polesine, 57 anni, è stato coordinatore provinciale del Pdl prima e di Forza Italia poi a Rovigo, fino a settembre, quando ha passato la mano all’ex sindaco di Loreo Bartolomeo Amidei. Di mestiere fa l’imprenditore e difatti una delle (poche) volte in cui le cronache politiche si sono occupate di lui fu nel 2012, in occasione della pubblicazione dei redditi dell’anno precedente, quando risultò essere con i sui 378 mila euro d’imponibile uno dei «Paperoni» del Ferro Fini. «Dal 1993 abbiamo una catena di negozi col marchio Tappeti Italia all’interno di Coin, 34 punti vendita da Foggia a Trieste – spiegò all’epoca – quando nel 2010 Coin ha acquistato Upim noi abbiamo beneficiato dell’operazione, ci è andata particolarmente bene».

Negli ultimi due anni, però, accanto ad alcune proprietà a Rosolina e a Sciacca, provincia di Agrigento, nella sua dichiarazione dei redditi compare soltanto il compenso percepito come consigliere, circa 100 mila euro netti all’anno (risulta aver lasciato la carica di amministratore delegato della Tappeti Italia). E non è più neppure in Arcus, la società del ministero dei Beni culturali creata nel 2003 da Giuliano Urbani poi finita nel mezzo dell’inchiesta sul G8, in cui entrò come consigliere d’amministrazione nel dicembre del 2008 a 12 mila euro l’anno. Il nome di Mainardi, però, è legato soprattutto a quello di Giancarlo Galan. Era lui, infatti, a vantare «il contatto» all’origine del celeberrimo investimento immobiliare di Dubai («Avevo una conoscenza importante nel governo locale, nella famiglia dello sceicco, ma poi tutto si è fermato. Non vado laggiù da anni ») e sempre lui compare nella girandola di proprietari della tenuta agricola «Frassineto» di don Piero Gelmini, 400 ettari sull’Appennino tosco-emiliano acquistati in ultima istanza dall’ex governatore e da sua moglie Sandra.

Ed è proprio grazie a Galan che Luca Zaia, nel 2010, acconsentì ad inserirlo nell’ambito listino bloccato, quello che permetteva (ora è stato abolito) di approdare in consiglio automaticamente in caso di vittoria, senza il bisogno di prendere una-preferenza-una. E da quel giorno di primavera che sancì il trionfo di Zaia che ha fatto Mainardi al Ferro Fini? I colleghi giurano di non averlo mai sentito aprire il microfono una volta, né in aula né nelle tre commissioni in cui siede. Ha un tasso di presenza del 62,5%, il più basso di tutto l’emiciclo con l’ovvia esclusione del governatore, degli assessori (ma ce ne sono comunque di più presenti di lui) e dei consiglieri subentrati in corsa. Per intendersi: tra lui e il penultimo ci sono oltre 10 punti di distacco, la media veleggia sopra il 90%. E va pure peggio nelle votazioni: 52%. Lasciamo perdere le commissioni (35% con uno scintillante 0% in commissione Cultura). Sussurrano che il presidente dell’assemblea, Valdo Ruffato, che non lo vede dall’8 luglio, avesse meditato di inviargli una formale lettera di censura ma poi ci abbia ripensato, saputo di un lutto in famiglia e di un piccolo problema di salute. Motivi più che giustificati, certo, ma risalenti agli ultimi mesi, mica agli ultimi cinque anni. Nell’arco dei quali Mainardi non ha promosso una sola legge (si è accodato alle 39 scritte da altri), limitandosi a chiedere con un’interpellanza «interventi urgenti contro le zanzare killer», con un’interrogazione più carrozze per i disabili e con una risoluzione «di verificare se sussistano ancora le ragioni per la permanenza del Veneto in Italia». Stop.