stramaro venetianpost

L’avverbio stramàro indica una grande quantità, spropositata. Significa tantissimi, tantissime. Si usa in diversi modi e abbinato a diverse situazioni. “Mamma, go da studiare un stramaro de libri”; “A Padova ghe xè un stramàaro de singani”; “In Prà de la Valle ghe xè un stramàro de studenti”; “A l’asilo de Soave ghe xè un stramaro de boce (butèi, putini, putèi)”; “Stàno ghe xè un stramaro de cimici”… “Go fato un stramàro de kilometri”; “Renzi dise un stramàro de stronzade”; “In parlamento ghe xè un stramàro del ladri”. La derivazione è certamente contadina.

 

Fonte Treccani: strame s. m. [lat. stramen, affine a sterněre «distendere» (part. pass. stratus)]. –

1. Nome generico delle erbe secche, fieno, paglia, ecc., che, mescolate insieme, servono come foraggio e come lettiera per il bestiame: fare raccolta di strame nei campi; fornire le stalle di strame per i bovini; alloggiano i nimici al coperto, provisti di vettovaglie e di strami (Guicciardini). Con riferimento all’uso come foraggio, in senso fig.: Faccian le bestie fiesolane strame Di lor medesme (Dante), i Fiorentini (qui chiamati Fiesolani in quanto discendenti da Fiesole) si abbattano tra loro, si danneggino l’un l’altro; far s. di qualcuno, distruggerlo, annientarlo con critiche, accuse inoppugnabili.

2. estens. Strame di valle, nome dato dai vallicoltori ai prodotti secondarî (molluschi e crostacei) dei bacini lagunari.

3. In Dante, Vico degli S., traduz. del fr. Rue du Fouarre, a Parigi, dov’erano, nel medioevo, le scuole di filosofia: la luce etterna di Sigieri, Che, leggendo nel Vico de li Strami, Sillogizzò invidïosi veri (Par. X, 136-38).

 

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