All’indomani dell’esame da parte del Consiglio dei Ministri della prima parte del Def e la quasi scontata approvazione, tuona una domanda nella mente di tutti, o quasi. Quante delle cose promesse con urgenza e baldanza da parte del presidente del Consiglio prima e dopo il suo insediamento, sono state mantenute. Soprattutto: perché, di fronte all’urgenza dettata da una crisi economica che non passa, si procede così lenti? Senza mettere davvero mano allo spreco pubblico e conseguentemente alla riduzione delle tasse? In altri Paesi i provvedimenti urgenti, senza tanti proclami e promesse, sono stati approvati… in Italia no. E’ così che il Piano nazionale per le riforme che resta in alto mare con rappresentanti del Governo che in migliaia di ospitate televisive parlano di eredità ricevuta, di cambio di rotta, di duro lavoro, di tavoli di concertazione… di duro, rimane solo lo scenario economico. Qualche dato. Non si sa ancora se vi sarà un aumento delle aliquote IVA al 12% e al 24% nel 2016. Le stime del PIL parlano di un + 0,7% quest’anno, +1,4% nel 2016 e +1,5% nel 2017. Previsioni da chiaroveggenti da rete privata con numero telefonico impresso sulla schermata e comunque nettamente inferiori a quelle di altri Paesi in condizioni simili dopo il 2008. La pressione fiscale è aumentata. Renzi ricorda che nel 2015 ci sono già stati 18 miliardi di riduzione tra 80 euro e incentivi al lavoro. E altri eventuali tagli arriveranno «nella Legge di stabilità del 2016, se ci saranno le condizioni». Niente di concreto. Renzi ha inoltre assicurato che la spending review varrà «lo 0,6% del Pil, più o meno 10 miliardi», forse 20. Ma per i comuni ulteriori tagli sono impossibili. I rappresentanti degli enti locali hanno chiesto e ottenuto un incontro con l’esecutivo prima di venerdì per trattare. Renzi ha attaccato direttamente il presidente dell’Anci e sindaco di Torino Piero Fassino, osservando come la città metropolitana piemontese si sia ritrovata «a dover scontare la violazione del Patto di Stabilità lo scorso anno». Il primo cittadino ha replicato attribuendo lo sforamento alla «amministrazione provinciale precedente». Per il governo sono stati rispettati i patti europei, anche se il pareggio di bilancio nominale è rinviato al 2018 e nel 2016, stando alle tabelle diffuse ieri, dovrebbe anche scomparire l’avanzo primario.

La legge elettorale doveva essere approvata dopo poche settimane dal suo insediamento, ma così non è stato. Non solo, con listini protetti e capilista bloccati, rimane una legge che porta in Parlamento dei nominati. L’esatto contrario di quanto annunciato dallo stesso Renzi prima di essere nominato. Veniamo poi, e ci fermiamo, ai costi della Casta
“Dimezzare subito il numero e le indennità dei parlamentari. E vogliamo sceglierli noi con i voti, non farli scegliere a Roma con gli inchini al potente di turno” (Renzi, 18-10-2010). Con l’Italicum e il Senato delle Autonomie, i parlamentari non si dimezzano, ma scendono da 950 a 730, e le indennità dei 630 deputati restano intatte. “Io da sindaco di Firenze guadagno 50mila euro netti l’anno. Perché un parlamentare o un consigliere regionale deve guadagnare molto più di me?” (18-7-2011). Ma con le sue riforme i deputati continueranno a guadagnare molto più dei sindaci. “Ridurre gli stipendi e dimezzare il numero dei parlamentari e abolire tutti i tipi di privilegi che fanno credere alla gente che i politici siano tutti uguali” (7-11-2012). Ora anche i sindaci e i consiglieri regionali nominati senatori avranno un privilegio in più: l’immunità parlamentare.