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A chiederlo non è qualche militante politico di estrema destra europeo, ma l’Unesco. Ad averlo già fatto non è una giunta leghista ma quella del PD di Firenze. Ed ora Venezia decide di seguire quella strada. Stop ai kebab, ai negozi di chincaglierie, ai compro-oro, che negli ultimi anni hanno invaso le nostre città. Diversificando certamente l’offerta, ma alle volte creando alcune zone di commercio di second’ordine che mal si abbina alle bellezze artistiche e culturali delle nostre città. Arriva così la notizia che il sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, decide di mettere un freno alla proliferazione di negozi di kebab, paccottiglia a basso costo, minimarket di prodotti scadenti. «Certi ciarpami, materiali dei quali in certi casi non si conosce bene la provenienza, mal si conciliano con la città» ha dichiarato. «Sono cose che non c’entrano nulla con la nostra storia e che, francamente, creano disagio. A Firenze è stato fatto un lavoro di regolamento commerciale che io condivido». Nel mirino le leggi e il liberalismo commerciale sfrenato degli ultimi anni. A farsi promotori di questa politica sono anche associazioni come Italia Nostra, comitati di cittadini ma soprattutto l’Unesco, che ha minacciato di cancellare la città d’arte dall’elenco dei siti «Patrimonio dell’Umanità».

 

Mentre chiudono botteghe artigiane e negozi di vicinato, aprono botteghe di chincaglierie cinesi, fast food, pizze al taglio e ristoranti cinesi. Tutti uguali e la mediocre bruttezza di questo commercio invade i centri storici. Insomma il sindaco di Venezia, facendosi forte di un’indicazione che arriva da più parti, ne approfitta per limitare questa pandemia con l’obiettivo di tutelare quelle attività che possono rendere caratteristica e ‘vendere’ una città che tanto offre sotto il profilo architettonico, storico, culturale. Arriveranno anche nuove regole per tendaggi, tavolini, insegne (spesso luminose e abusive), rumori e soprattutto arriveranno vincoli edilizi e «di sicurezza» per l’apertura di nuovi negozi.

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